Vittorio Zitti e' nato a Macerata nel 1940.

Diplomato presso il locale Istituto d'Arte, inizia ad interessarsi all'attivita' scultorea seguendo gli insegnamenti di Umberto Peschi.

Nel 1959 si trasferisce ad Acqui Terme, dove insegna discipline artistiche e si interessa particolarmente alla pittura e alle costruzioni decorative.

Successivamente ritorna alla scultura, sperimentando con materiali come il legno, il marmo e soprattutto l'argilla, sviluppando i soggetti che per molto tempo sono stati i temi preferiti nella pittura.

E' ispirandosi alla natura che Zitti ha costruito il suo linguaggio espressivo. Nelle sue opere conferma la costante attenzione rivolta alla terra ed alla continuita' della vita, rappresentando semi e germogli filiformi che emergono da compatte zolle o disposte su colonne come trofei.

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Dal catalogo della mostra di scultura "Il materiale e la forma", Ovada (AL) - 1988

Vittorio Zitti ama la sua terra marchigiana: e l'ormai lungo soggiorno in Piemonte non ha cancellato dal suo animo campi e colline, zolle che si aprono alla seminagione, germogli che emergono dalla terra che si frange. Una pittura stringata, fatta di impressioni, di colori, filtrati attraverso l'io piu' profondo dell'artista, si stende sulle tele in una sintesi che diviene discorso dell'animo.

Cosi' la scultura, antico amore dell'Artista, riemersa quale prepotente e necessario mezzo di espressione, dove le grandi forme create con materiali diversi divengono pur sempre leggibili nella loro complessa strutturazione.

"La natura: che si guarda, si respira, si sente, si soffre, ancor prima che la si dica a parole", cosi' Francesco Arcangeli in uno dei suoi saggi parlava dell'emozione bruciante che e' sollecitata dalla realizzazione di una plastica continuita' del visibile o del quasi visibile di una natura vissuta, non semplicemente vista.

In Zitti si trova un'apertura al rapporto con il mondo inteso come "naturalita'", dove il colore della materia e i grovigli che emergono dalla linearita' delle forme gli consentono di esprimersi, di offrire il rapporto dell'uomo con se' medesimo.

Le sculture di Zitti appaiono come zolle corrose, dilavate, spaccate dalla vita che emerge attraverso dure, rigide punte di germogli, con una pratica dell'arte che senza essere per nulla ermetica e' tuttavia decisamente individuale.

L'arte, certo, e' un linguaggio ampiamente comunicante con la vita, ma resta, nonostante tutto, particolare.

Non e' qui soltanto un fatto tecnico, non e' soltanto riflesso del tempo, e' traduzione intuitiva, sofferta ricerca, in una asciutta lettura di immagini, in una instancabile tensione lirico-drammatica. L'armonioso, bellissimo groviglio quasi astratto di certe sue sculture si arricchisce nell'urto scabro delle zone, dei tasselli, delle formazioni cuspidate o poliedriche, che vivono fecondate da una continua ricerca. Dentro l'accumularsi delle strutture torna vivo il ricordo della geometria, ma essa non e' piu' neppure nell'intenzione ragione raziocinante, ma misura vivente di strati, di tacche, dove viene trapassato il simbolo del tempo con l'inserirsi talora di antichi pilastri, di spezzoni di erme ormai corrose da una lunga vicenda.
In Zitti l'espressione non figurativa delle emozioni va al di la' di un fragile e solitario lirismo: da diventare la metafora diretta, quasi oggettiva di un mondo pieno di significati, di un suo contenuto non eludibile.

Pierluigi Sacco Botto